Rivisitazione di un tema scritto in prima media.
Traccia: Immagina di
essere un personaggio dell’Epica greca. Saresti stato un greco o un troiano?
Saresti tornato a casa con Ulisse o saresti fuggito con Elena? Racconta la tua
storia.
Svolgimento:
Io sono Federica, sono una
donna greca del periodo della guerra di Troia. Sono una guerriera e ho
combattuto a fianco del famigerato Achille, ho assistito alla sua morte e mi
sono sbarazzata di Paride, colui che aveva ucciso il mio amico, per poi
ripartire con Ulisse e portare la testa di Paride con me come trofeo. Ulisse e
io prima di partire salimmo su una ruppe ripensando alla geniale idea che aveva
avuto il guerriero accanto a me. Ulisse si alzò in piedi vantandosi di quanto
fosse stato intelligente ad avere quella idea, iniziando anche ad insultare gli
Dei. Gli dissi di tacere poiché avrebbe scatenato l’ira di alcuni di loro ma
continuò finché un’onda non si fece alta e Poseidone ci parlò minacciando di
morte colui che lo stava sbeffeggiando poco prima. Appena l’onda svanì ripresi
Ulisse per il suo sentirsi superiore anche agli Dei. Partimmo la giornata
stessa dopo aver saccheggiato la citta di Troia e dopo pochi giorni arrivammo
su un’isola. Entrammo in una grande grotta piena di formaggi enormi e lana,
Ulisse e i nostri compagni cominciarono a mangiare mentre io controllavo il
posto; ad un certo punto diedi l’allarme di nascondersi agli altri, si stava
avvicinando un ciclope alla grotta. Entrò il bestione con le sue pecore e si
accasciò su un mucchio di lana grigiastra, guardandosi intorno vide Euriloco,
nostro compagno, mangiare del formaggio, avrei voluto strozzarlo, ci fece
scoprire! Il ciclope si alzò, avvicinandosi, Ulisse uscì allo scoperto e si mise
davanti all’amico , come per proteggerlo e così tutti uscirono dal nascondigli,
tranne me. Mi avvicinai all’uscita della grotta che era stata precedentemente
chiusa dalla bestia e lanciai qualche sassolino contro e come calcolato il
ciclope si avvicinò all’uscita, aprendola. Notai quanto il ciclope si fosse
allontanato così chiamai i miei compagni e gli ordinai di tagliare degli alberi
e affilarli con le proprie spade. Portai Ulisse all’interno della grotta per
raccogliere alcune riserve di vino, ortaggi e carne che avevamo, avremmo fatto
ubriacare il ciclope, i nostri compagni rientrarono con i tronchi affilati. La
bestia rientrò e si riaccasciò sulla lana, probabilmente affamato prese Leandro
e lo mangiò. Furiosa mi avvicinai ma Ulisse mi tirò indietro poiché avrei
peggiorato soltanto la situazione. Cercai di calmarmi e quasi arrivata al risultato
mi avvicinai al ciclope con un calice di vino e un sacco pieno si carne e
ortaggi. Mangiò e bevve, fino a farci quasi finire il liquido alcolico, gli
chiesi il nome e lo rivelò, Polifemo, sapevo chi avrei ucciso. Polifemo
ricambiò la domanda ma fu Odisseo a rispondere, per la bestia io ero nessuno.
Il ciclope oramai sbronzo si addormento sull’ammasso di grigiastra lana. Il
piano avrebbe avuto inizio a poco. Feci accendere un fuoco lontano da Polifemo.
Appena pronto con l’aiuto dei miei compagni di viaggio incendiai la punta di
uno dei tronchi precedentemente tagliati e in cinque ci diressi verso il
bestione addormentato. Riuscimmo ad
accecare l’unico occhio di quel mostro che urlando chiamò i suoi fratelli,
velocemente scappammo dall’isola. Gli anni passarono, da oramai quanto? Un mese?
Ci trovavamo sull’isola del Dio dei venti Eolo, Ulisse chiese al Dio se
potessimo tornare alla nostra isola, non vedevamo quelle coste rocciose da
decenni e Eolo ci diede il consenso, non prima di averci regalato un’otra
contente tutti i venti non favorevoli al nostro ritorno a casa. Risalimmo sulla
nave, ero l’unica insieme ad Ulisse a sapere cosa conteneva veramente l’otra, e
così la tenevamo sempre d’occhio. Passarono settimane e finalmente vedemmo le
coste della nostra adorata isola, Itaca. Avvisai Ulisse che ne fu subito felice
ma in quel momento vedemmo un ciclone avvolgere la nostra nave e venimmo
portati in una parte sperduta del mare, la nave distrutta e molti nostri
compagni morti, l’avevano aperta, l’otra che conteneva ciò che non ci avrebbe
mai più riportati a casa era stata aperta. Le speranze di tornare a casa ormai
erano distrutte, dopo Circe, gli inferi, Scila e Cariddi, avevamo finalmente
visto la nostra isola ma qualche sconsiderato aveva aperto l’unico motivo per
cui saremmo restati in mare, quanto? Un altro anno? Altri cinque? Oppure dieci?
Con alcune assi di legno ancora a galla i compagni ancora vivi, Odisseo e io ci
avviammo verso un’isola abbastanza vicina, l’isola del sole. Saliti sull’isola
Ulisse ordinò ai compagni di non uccidere nessun animale sull’isola, ma, mentre
io e qualche altro cercavamo di costruire una nave provvisoria, ci furono i
combina guai della situazione che fecero piazza pulita degli animali presenti
in zona. Partimmo pochi giorni dopo il nostro arrivo, la fauna morta e l’ira
degli Dei rivolta verso di noi, infatti un fulmine di Zeus colpì la nostra “nave”,
uccidendo tutti i miei compagni, lasciando in vita solo me e Ulisse. Ancora una
volta con dei tronchi restati a galla ci avvicinammo ad un’isola dove si
trovavano delle linfe, tra cui Calipso. La linfa si innamorò del mio amico che
si dimenticò della moglie, come ormai aveva fatto spesso durante il viaggio.
Feci amicizia con le linfe ma un giorno Calipso, con le lacrime agli occhi, ci
ordinò di ripartire e tornare a casa. Gli ultimi giorni su quell’isola prima di
tornare a casa la passammo a costruire una zattera, appena pronta Odisseo e io
partimmo.
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